Bari, 1999. Anna, Walter e i figli Alice e Tobia sono "quello che gli altri vorrebbero diventare", ovvero una famiglia ricca, felice e di successo. Walter è titolare della sartoria Colonna, ereditata dal nonno e trasformata nel negozio di Bari centro da dove passa tutta l'alta borghesia cittadina per rifornirsi delle uniformi consone al proprio status sociale; Tobia è una giovanissima promessa del calcio; Alice è stata appena scelta per una pubblicità della Barilla; e Anna è moglie e madre modello, se non fosse per quel sogno irrealizzato di diventare un'attrice che sta cercando di realizzare attraverso la figlia, e quella strana abitudine di mangiare rotelle di liquirizia a nastro per placare un'ansia senza nome. Roma, 2026. Anna si presenta nel modesto appartamento romano di Alice, ora ventenne, in una notte di pioggia scrosciante, e comincia a raccontarle una storia che ha inizio proprio nel lontano 1999, durante la festa a casa Colonna per celebrare l'ultimo Ferragosto del millennio. Ed è la storia degli incontri con un'estranea che le ha proposto patti faustiani e irrinunciabili.
Le turbolenze, nella vita di Anna, si susseguiranno in un'escalation di gravità sulle quali la donna cerca disperatamente di esercitare quel controllo che le sfugge. "Se chiudi gli occhi il Male è lontano", recita Anna insieme ai suoi figli ogni volta che c'è un nuovo dolore in arrivo. Ma il Male non è mai così lontano, ti agguanta all'improvviso se solo provi ad abbassare quella guardia rigida che il tuo ruolo e il tuo ambiente ti impongono. E quello che conta supremamente è cosa dirà la gente, che ne sarà di quella reputazione costruita con tanta fatica e silenzioso sacrificio. Paolo Strippoli, casse 1993, alla sua terza regia dopo l'esordio folgorante di Piove e l'opera seconda La valle dei sorrisi, ha scelto il genere horror per veicolare storie che si addentrano nella crudeltà e perversione dei legami famigliari, e prosegue su questo filone anche in L'estranea, compiendo un ulteriore salto di maturità espressiva. La sua padronanza della tecnica cinematografica è impressionante per un regista appena trentenne, e si nutre di una conoscenza ampia e internazionale del cinema, non solo di genere, evidente in ogni inquadratura: L'estranea rimanda Coraline e al finale di In nome del popolo italiano, Il sacrificio del cervo sacro e La scelta di Sophie, la saga di Saw e le luminosità di Midsommar, il Sud delle apparenze di Reality e di Mine vaganti, Un tranquillo weekend di paura e Rapunzel, le simmetrie di The Master e i vortici di Sicilian Ghost Story. Quando Walter e Anna si congratulano fra di loro per aver assicurato ai figli un futuro radioso, rendendoli "una generazione felice", dicendo a se stessi: "Siamo stati bravi", Strippoli, che di quella generazione fa parte, sa che non c'è nulla di più lontano dalla realtà. Così quando Anna dice ad Alice "Lei è vera", riferendosi alla presenza inquietante che più volte apparirà lungo il suo percorso di vita imponendole scelte aberranti, Alice non le crede. Chi delle due (figure femminili) ha ragione? Jasmine Trinca è perfetta nel rendere Anna una figura tragica, suscitando tanta irritazione quanta empatia, ed evita di misurare il rischio misoginia che si annida dietro ogni storia conflittuale di madri e figlie. L'estranea è diviso in quattro capitoli più un epilogo, e il capitolo più breve è dedicato alla Madre, non solo perché è quello conclusivo, ma perché di fatto per Anna non c'è spazio, anche se è apparentemente sempre al centro della scena. La sua irrequietezza è tenuta a freno, ma si intravvede in una sigaretta fumata in chiesa di soppiatto o in una liquirizia srotolata furtivamente. Accanto a lei Adriano Giannini è un marito del sud tracotante e fragile e Romana Maggiora Vergano un'Alice insicura e determinata (Mariandrea Cesari, che la intrepreta da adolescente, è altrettanto efficace), mentre fra i tre giovani attori che interpretano Tobia nel corso del tempo colpisce soprattutto l'adolescente Andrea Rossini. Ma la parte del leone spetta alla magistrale Valeria Bruni Tedeschi, un'estranea che si fa carico anche della piega ironica del film, che come ogni horror (e melodramma) che scelga (coraggiosamente) di mantenersi frontale ha bisogno di un occasionale comic relief per non prendersi troppo sul serio e per neutralizzare il pericolo di suscitare una comicità involontaria. L'estranea pesca probabilmente in un vulnus famigliare del regista, che firma anche la sceneggiatura insieme a Salvatore De Chirico, come radice della sua cifra autoriale. Il lavoro sulle immagini (il direttore della fotografia è Cristiano Di Nicola, il montatore Federico Palmerini), ma anche sul sonoro e sul commento musicale (le musiche originali sono di Rob, gli effetti sonori di Marc Bastien), allestisce simmetrie che poi demolisce come costruzioni di Lego, entra nel dolore adolescenziale come in quello femminile da bambino che appoggia la lente al formicaio (come quello del film, dove le formiche si muovono in circolo, come una girella), chiude ombrelli che dovrebbero riparare dalla pioggia (che "a volte sei tu") e invece non lo fanno - del resto l'acqua è elemento centrale nel cinema di Strippoli - e domanda "chi si prenderà il Male del mondo", ben sapendo che a volte la vita non ha senso né intenzione di fare danno. (Paola Casella - MYmovies)
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