Erika e Mauro vivono in provincia, dentro una quotidianità semplice fatta di abitudini rassicuranti e piccoli gesti. Quando la figlia Irene parte per studiare lontano, la casa si svuota e l'equilibrio su cui la coppia ha costruito la propria esistenza sembra incrinarsi. Erika, che ha sempre abitato il mondo attraverso la cura degli altri, si scopre improvvisamente senza direzione. Mauro, cresciuto nel rigore emotivo di un padre autoritario, tenta a suo modo di reagire riempiendo il vuoto, ma finisce per confrontarsi con una fragilità mai confessata. Nel tempo sospeso che segue riaffiorano ferite lontane e desideri dimenticati. Sarà proprio questa crisi intima e profonda a spingerli a guardarsi davvero e a capire se e come possono trasformare se stessi e di conseguenza il loro amore.
Una storia, lungometraggio di debutto alla regia di Anna Foglietta che si ritaglia solo un breve ruolo in voce fuori campo, racconta proprio una crisi identitaria in parallelo, che rischia di distruggere dal di dentro quell'armonia famigliare tanto conquistata quanto subìta. Sia Erica che Mauro non sono bravi a dire ciò che sentono, neanche a riconoscerlo per sé, e si ritrovano a vivere una vita che forse non corrisponde alle loro personalità, oltre che ai loro programmi. Il film, scritto da Foglietta insieme a Tania Pedroni e Matteo Ferri, si snoda lungo "un anno di merda", come avrà il coraggio di definirlo Erica, diviso in quelle stagioni che si susseguono regolari e implacabili: ciò che seguirà dipenderà dalla sincerità con cui i due coniugi sapranno dire la verità, a se stessi e l'uno all'altra. Per le prime tre stagioni del suo film Foglietta si dimostra sensibile e capace nel tratteggiare una quotidianità fatta di dettagli - le tazzine del caffè rigidamente assegnate dalla consuetudine, la coperta in più dalla parte di lei, i gesti di una condivisione pragmatica, l'ascolto reciproco distratto anche se non disinteressato, le conversazioni a tavola resoconti di giornate tutte uguali. Da autrice, Foglietta non commette l'errore di demonizzare il marito, né di rendere la routine domestica mortificante o banalmente basata su uno sfruttamento patriarcale. Anche il sesso è frettoloso ma non privo di eros. L'insoddisfazione che serpeggia fra questa coppia non è (fino a un certo punto) un urlo alla Cassavetes, e Foglietta è capace di sfumature che ricordano tanto Le occasioni dell'amore di Stéphane Brizé quanto Hungry Hearts di Saverio Costanzo (anche perché la protagonista dei due film, come di Una storia, è Alba Rohrwacher). I problemi arrivano in un finale piuttosto affrettato e in una composizione visiva di primissimi piani che poteva sembrare interessante sulla carta ma purtroppo non funziona visivamente. Anche l'eccesso di dissolvenze e riflessi sembra un'ingenuità da primo film. Ma proprio perché Una storia è un primo film che affronta con coraggio un argomento delicato e importante, è il segnale di un buon potenziale in cammino. Qui non ci sono le piazzate mucciniane né il dolorismo da melodramma televisivo, ma lo scollinamento impercettibile di un'infelicità senza nome, in un silenzio che isola e allontana, che corrode e "fa muffa", giorno dopo giorno. Alba Rohrwacher e Guido Caprino si offrono generosamente a questa piccola storia domestica che non raggiungerà mai le prime pagine dei giornali o (ahimé) le agende della politica, ma è riconoscibile e familiare, prima ancora che famigliare. Dentro questa storia c'è anche una riflessione quieta e non scontata sul maschile condizionato da modelli deleteri, quel maschile cui Mauro si sottrae ma non si ribella, e che può essere anch'esso corrosivo e letale. Foglietta lo racconta con gentilezza e pietas più che con esplicita condanna, così come protegge con lo sguardo la sua Erica perché ne riconosce le compulsioni domestiche, il bisogno di sentirsi utile, ma anche la fatica di dover rispondere alle necessità altrui invece che alle proprie. (paola Casella - MYmovies)
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