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Cinema Mariani Ravenna
NOVECENTO - Atto I
lunedì 23 - martedì 24 aprile
NOVECENTO - ATTO I
Regia: Bernardo Bertolucci
Attori: Robert De Niro, Gérard Depardieu, Sterling Hayden, Dominique Sanda, Francesca Bertini, Laura Betti, Werner Bruhns, Stefania Casini, Alida Valli, Romolo Valli, Donald Sutherland, Burt Lancaster, Stefania Sandrelli
Distribuzione: Cineteca di Bologna
Paese: Italia 1976
Genere: Drammatico
Durata: 162 minuti

La ricca ca­sa­ta Ber­lin­ghie­ri fe­steg­gia la na­sci­ta di Al­fre­do, stes­so nome del nonno an­co­ra sal­da­men­te a capo della fa­mi­glia, nel segno quin­di della con­ti­nui­tà. Nel me­de­si­mo gior­no nasce anche Olmo, a sua volta ul­ti­mo rap­pre­sen­tan­te dei Dalcò, una col­let­ti­vi­tà di brac­cian­ti che la­vo­ra­no la terra e go­ver­na­no le stal­le dei Ber­lin­ghie­ri. Leo è il ri­fe­ri­men­to ca­ri­sma­ti­co di que­sta po­ve­ra ma so­li­da­le co­mu­ni­tà, unico in grado di te­ne­re testa alla forte per­so­na­li­tà del vec­chio Al­fre­do. Non si muove fo­glia nei suoi pos­se­di­men­ti che Al­fre­do non vo­glia ed il fi­glio Gio­van­ni, no­no­stan­te sia già avan­ti nel­l’e­tà, gli è an­co­ra sot­to­mes­so. Ci sono abis­sa­li dif­fe­ren­ze fra Al­fre­do e Leo ma no­no­stan­te tutto si sono sem­pre in­te­si in qual­che modo e si co­no­sco­no e sti­ma­no ben oltre i ri­spet­ti­vi ruoli. Gli even­ti che in­com­bo­no però te­sti­mo­nia­no che la loro sta­gio­ne, al di là del­l’e­tà, volge al ter­mi­ne. Le clas­si più po­ve­re, pur an­co­ra di­sor­ga­niz­za­te, stan­no al­zan­do la testa, ma allo stes­so tempo l’a­sce­sa al po­te­re del fa­sci­smo rap­pre­sen­ta l’om­brel­lo sotto il quale i gran­di la­ti­fon­di­sti vanno a ri­pa­rar­si per con­ser­va­re e sem­mai ac­cre­sce­re i loro averi e pri­vi­le­gi.

No­ve­cen­to – Atto I è si­cu­ra­men­te un film di parte. Sgom­be­ra­ta im­me­dia­ta­men­te que­sta do­ve­ro­sa pre­ci­sa­zio­ne, a scan­so di equi­vo­ci e co­mun­que la si pensi, è un’o­pe­ra nel suo com­ples­so di ca­pi­ta­le im­por­tan­za per la ci­ne­ma­to­gra­fia no­stra­na.  Pur nar­ran­do vi­cen­de che ri­guar­da­no la sto­ria d’I­ta­lia dal­l’i­ni­zio del se­co­lo scor­so fino alla Li­be­ra­zio­ne, viste at­tra­ver­so il mi­cro­co­smo di una co­mu­ni­tà emi­lia­na che co­sti­tui­sce co­mun­que un si­gni­fi­ca­ti­vo cam­pio­ne della più ampia vi­sio­ne na­zio­na­le, può con­ta­re su un ‘par­ter­re de roi’ di in­ter­pre­ti in­ter­na­zio­na­li che in quel mo­men­to sta­va­no giu­sto per con­qui­sta­re la piena no­to­rie­tà. Qual­che anno dopo, non fosse altro per ra­gio­ni di bud­get, sa­reb­be stato im­pos­si­bi­le met­te­re as­sie­me tante star, a mag­gior ra­gio­ne per le li­mi­ta­te pos­si­bi­li­tà eco­no­mi­che di un film ita­lia­no. Mi ri­fe­ri­sco a nomi del ca­li­bro di Ro­bert De Niro, Gé­rard De­par­dieu, Do­nald Su­ther­land e Do­mi­ni­que Sanda, per ta­ce­re di Burt Lan­ca­ster e Ster­ling Hay­den.  Anche da que­sto par­ti­co­la­re, se così vo­glia­mo de­fi­nir­lo, in­clu­den­do poi al­cu­ni at­to­ri ita­lia­ni di pri­mis­si­mo li­vel­lo come Laura Betti, Ro­mo­lo Valli, Ste­fa­nia San­drel­li, Alida Valli (anche se que­st’ul­ti­ma non ap­pa­re in Atto I), Ste­fa­nia Ca­si­ni e via di­cen­do, si può com­pren­de­re quan­to que­st’o­pe­ra abbia se­gna­to la sua epoca e si possa con­si­de­ra­re un punto di ri­fe­ri­men­to per il ge­ne­re che rap­pre­sen­ta. Forse al­cu­ni di que­sti in­ter­pre­ti di gran­de fama ave­va­no acu­ta­men­te com­pre­so già al­lo­ra come l’e­po­pea di Ber­to­luc­ci uscis­se dal­l’or­di­na­rio e fosse un’oc­ca­sio­ne da non la­sciar­si sfug­gi­re, in­tuen­do­ne la ri­le­van­za pure in pro­spet­ti­va.  Sin dalle prime im­ma­gi­ni si ca­pi­sce da che parte stia l’au­to­re. No­ve­cen­to e’ un film che vuole esal­ta­re il ruolo, l’im­por­tan­za sto­ri­ca ed il ri­scat­to del pro­le­ta­ria­to con­ta­di­no dallo sfrut­ta­men­to se­co­la­re del pa­dro­na­to, in que­sto caso i gran­di pro­prie­ta­ri ter­rie­ri, in un con­te­sto sto­ri­co denso di av­ve­ni­men­ti dram­ma­ti­ci e men­tre stan­no ma­tu­ran­do, sia a li­vel­lo lo­ca­le che glo­ba­le, de­ci­si­vi scon­vol­gi­men­ti po­li­ti­ci e so­cia­li, che por­te­ran­no alle due guer­re mon­dia­li con in mezzo il ven­ten­nio del­l’e­ra fa­sci­sta. Un tema, quel­lo dello scon­tro fra le clas­si so­cia­li, che se­con­do Ber­to­luc­ci è cen­tra­le nel pe­rio­do sto­ri­co della prima metà del se­co­lo scor­so.  Men­tre La Me­glio Gio­ven­tù di Marco Tul­lio Gior­da­na può con­si­de­rar­si una sorta di se­quel di No­ve­cen­to (som­ma­ti fra di loro que­sti due film fi­ni­sco­no per co­pri­re quasi per in­te­ro quel se­co­lo di sto­ria ita­lia­na), nel quale il re­gi­sta rie­sce però mi­ra­co­lo­sa­men­te a man­te­ner­si al di sopra delle parti, lu­ci­da­men­te equi­di­stan­te, pur rac­con­tan­do even­ti scot­tan­ti che hanno di­vi­so l’o­pi­nio­ne pub­bli­ca nel corso degli anni (in par­ti­co­la­re quel­li de­fi­ni­ti “di piom­bo”), Ber­nar­do Ber­to­luc­ci in­ve­ce in que­sto suo film non ci pensa nem­me­no a man­te­ner­si neu­tra­le, anzi. Il ri­sul­ta­to quin­di è uno spac­ca­to di na­tu­ra so­cia­le e po­li­ti­ca, prima an­co­ra che sto­ri­ca, che può ap­pa­ri­re re­to­ri­co solo se lo si con­si­de­ra, fer­man­do­si allo stra­to più su­per­fi­cia­le del­l’o­pe­ra, come una rap­pre­sen­ta­zio­ne ideo­lo­gi­ca vo­lu­ta­men­te ed ine­vi­ta­bil­men­te di parte.  No­ve­cen­to – Atto I non è però solo que­sto, ma anche un af­fre­sco poe­ti­co, sep­pu­re crudo e do­lo­ro­so, del no­stro primo quar­to del se­co­lo scor­so, un’in­da­gi­ne so­cio­lo­gi­ca ca­pa­ce di gran­di squar­ci li­ri­ci ed allo stes­so tempo di sin­te­tiz­za­re un’e­poca. Una so­li­da di­sa­mi­na dei rap­por­ti fra pa­dro­na­to e con­ta­di­ni che vi­ve­va­no ai li­mi­ti della schia­vi­tù e del­l’as­ser­vi­men­to, a chiu­de­re un con­te­sto sto­ri­co nel quale be­nes­se­re, ar­ro­gan­za, po­te­re e cul­tu­ra sta­va­no tutte da una parte, men­tre mi­se­ria, or­go­glio im­po­ten­te, igno­ran­za e ras­se­gna­zio­ne sta­va­no spe­cu­lar­men­te dal­l’al­tra. Da que­sto punto di vista l’o­pe­ra di Ber­to­luc­ci può es­se­re con­si­de­ra­ta cer­ta­men­te dog­ma­ti­ca ed in­tran­si­gen­te, come certi film so­vie­ti­ci di pro­pa­gan­da de­sti­na­ti ad un pub­bli­co già con­vin­to e per­tan­to al­li­nea­to, evo­ca­ti­vo e ce­le­bra­ti­vo. Un qua­dro, quel­lo messo in scena dal re­gi­sta emi­lia­no, che raf­fi­gu­ra una con­di­zio­ne so­cia­le di stam­po me­dioe­va­le, nella quale pre­val­go­no an­co­ra e sem­pre pre­po­ten­za, in­tol­le­ran­za ed ar­ro­gan­za con­tro per­so­ne in­di­fe­se per­ché di­vi­se, prive di cul­tu­ra, mezzi pro­pri di ag­gre­ga­zio­ne e quin­di an­co­ra in­ca­pa­ci di una qual­sia­si rea­zio­ne.  Ma No­ve­cen­to – Atto I è anche un poema che rac­chiu­de se­quen­ze di gran­de poe­sia raf­fi­gu­ra­ti­va ed im­pat­to emo­ti­vo, esal­ta­te da Ber­to­luc­ci in al­cu­ni spet­ta­co­la­ri in­qua­dra­tu­re e det­ta­gli, nella ri­pro­po­si­zio­ne di tra­di­zio­ni, can­zo­ni e fi­la­stroc­che po­po­la­ri anche solo ac­cen­na­te a chiu­de­re una scena, che de­scri­vo­no il quo­ti­dia­no di que­sta po­ve­ra gente in stri­den­te con­tra­sto con l’o­pu­len­za dei loro pa­dro­ni.  Pur es­sen­do, come si di­ce­va, un’o­pe­ra chia­ra­men­te sbi­lan­cia­ta, nel senso che i cat­ti­vi sono tutti da una parte ed i buoni tutti dal­l’al­tra, tut­ta­via, sgros­sa­ta la più fa­ci­le ed im­me­dia­ta let­tu­ra, sono vi­si­bi­li anche al­cu­ni piani nar­ra­ti­vi più com­ples­si. La na­sci­ta pra­ti­ca­men­te con­tem­po­ra­nea del ni­po­te Al­fre­do e di Olmo Dalcò (pe­ral­tro que­st’ul­ti­mo di sola madre certa) ed il con­trad­di­to­rio, grot­te­sco brin­di­si a base di cham­pa­gne nel quale in pra­ti­ca Al­fre­do Ber­lin­ghie­ri (Burt Lan­ca­ster) coin­vol­ge Leo Dalcò (Ster­ling Hay­den) è l’e­vi­den­te te­sti­mo­nian­za del sot­ti­le le­ga­me ed equi­li­brio fra due gi­gan­ti, ma anche una sorta di te­sta­men­to fra due di­no­sau­ri de­sti­na­ti a breve al­l’e­stin­zio­ne, che co­mun­que par­la­no an­co­ra la stes­sa lin­gua. Una me­ta­fo­ra che su­pe­ra il rap­por­to per­so­na­le per sta­bi­li­re una pos­si­bi­le con­ti­nui­tà per le loro stes­se nuove ge­ne­ra­zio­ni.  Al­fre­do e Leo, così come in se­gui­to i loro ni­po­ti Al­fre­do e Olmo, sia da ado­le­scen­ti che poi nel­l’e­tà ma­tu­ra (in­ter­pre­ta­ti in que­sta fase da Ro­bert De Niro e da Gé­rard De­par­dieu), sono in­fat­ti più vi­ci­ni di quel­lo che le ap­pa­ren­ti in­con­ci­lia­bi­li di­stin­zio­ni di ca­rat­te­re, cul­tu­ra e stato so­cia­le fa­reb­be­ro ri­te­ne­re. Sono nati nello stes­so posto e cre­sciu­ti ine­vi­ta­bil­men­te a stret­to con­tat­to, ma è evi­den­te che ad un certo punto su­ben­tra fra di loro pure una gros­so­la­na in­ti­ma com­pli­ci­tà ed un re­ci­pro­co ri­spet­to, no­no­stan­te, per­lo­me­no nel caso dei due an­zia­ni uo­mi­ni, ci siano di mezzo anche ca­rat­te­ri forti e ca­ri­sma­ti­ci, di so­li­to dif­fi­cil­men­te con­ci­lia­bi­li. Una vi­ci­nan­za e so­li­da­rie­tà che di­ver­rà an­co­ra più evi­den­te in se­gui­to fra De Niro e De­par­dieu, anche se è chia­ro che gli even­ti, dram­ma­ti­ca­men­te evol­ven­ti al peg­gio, fi­ni­ran­no per in­nal­za­re nuove bar­ri­ca­te anche fra di loro.  Alla morte di Al­fre­do, Leo perde in­fat­ti il suo prin­ci­pa­le punto di ri­fe­ri­men­to e la suc­ces­si­va to­ta­le in­com­pren­sio­ne, non so­la­men­te di tipo ge­ne­ra­zio­na­le, con il suc­ces­so­re di Al­fre­do, il fi­glio Gio­van­ni (Ro­mo­lo Valli) è il pre­lu­dio ad un con­se­guen­te peg­gio­ra­men­to delle già mi­se­re­vo­li con­di­zio­ni dei brac­cian­ti. La par­ti­co­la­re cura che Ber­to­luc­ci ri­ser­va nel de­scri­ve­re le fi­gu­re della fa­mi­glia Ber­lin­ghie­ri sem­bra in­di­ca­re un de­si­de­rio volto ad in­qua­dra­re al me­glio il suo ‘ne­mi­co’ ideo­lo­gi­co, che di­fat­ti è trat­teg­gia­to con una più at­ten­ta, sot­ti­le e pro­fon­da ana­li­si, piut­to­sto che le fi­gu­re dei brac­cian­ti che la­vo­ra­no nelle loro terre e cu­ra­no le loro be­stie, che sono raf­fi­gu­ra­te in­ve­ce in ma­nie­ra più estem­po­ra­nea (anche per­ché in­ter­pre­ta­te in buona parte da at­to­ri non pro­fes­sio­ni­sti), se esclu­dia­mo il per­so­nag­gio ca­ri­sma­ti­co e sta­tua­rio rap­pre­sen­ta­to da Ster­ling Hay­den.  No­ve­cen­to – Atto I è in­fi­ne l’e­spres­sio­ne del sogno ro­man­ti­co di una so­cie­tà nella quale le in­giu­sti­zie so­cia­li tro­va­no il loro ri­scat­to idea­le ed il po­po­lo op­pres­so re­cu­pe­ra la forza di unir­si ed al­za­re la voce sino alla pro­cla­ma­zio­ne del primo scio­pe­ro ge­ne­ra­le. La ri­spo­sta dei la­ti­fon­di­sti, pre­oc­cu­pa­ti di per­de­re il loro po­te­re e pri­vi­le­gi, è quel­la di com­pat­tar­si a loro volta, con la com­pia­cen­za e la sud­di­tan­za della Chie­sa che for­ni­sce ad­di­rit­tu­ra le sue strut­tu­re re­li­gio­se per ef­fet­tua­re riu­nio­ni nelle quali si get­ta­no le basi per stra­te­gie di stam­po rea­zio­na­rio-con­ser­va­to­re. Allo stes­so tempo per­so­nag­gi come At­ti­la met­to­no in mo­stra i mu­sco­li per pro­por­si e quin­di as­su­me­re il ruolo di brac­cio ar­ma­to della re­pres­sio­ne.  In un tale av­ve­le­na­to con­te­sto ap­pa­re ir­ri­me­dia­bil­men­te in­ge­nua e su­pe­ra­ta, pur nella sua poe­sia, la se­quen­za nella quale Leo im­par­ti­sce una le­zio­ne di co­mu­ni­smo teo­ri­co al gio­va­ne Olmo quan­do, da­van­ti a tutta la co­mu­ni­tà riu­ni­ta a cena nella lunga ta­vo­la­ta, gli chie­de di con­se­gna­re le mo­ne­te che aveva ap­pe­na gua­da­gna­to spie­gan­do­gli che se esse sono sue, si­gni­fi­ca che ap­par­ten­go­no anche a tutti gli altri com­po­nen­ti della loro col­let­ti­vi­tà. Un’al­le­go­ria in­som­ma della sot­ti­le dif­fe­ren­za fra poe­sia e prosa o quel­la, più cruda, fra uto­pia e real­tà.  Poi­ché è noto che la sto­ria può es­se­re in­ter­pre­ta­ta in ma­nie­ra dia­me­tral­men­te op­po­sta a se­con­da di chi la legge e l’a­na­liz­za, per cul­tu­ra, in­te­res­se o sem­pli­ce­men­te per con­vin­zio­ne, anche l’at­ten­di­bi­li­tà sto­ri­ca degli av­ve­ni­men­ti rac­con­ta­ti nel film può es­se­re di­scu­ti­bi­le e dare adito a lun­ghe e pro­ba­bil­men­te in­con­ci­lia­bi­li que­rel­le. La prima se­quen­za del film an­ti­ci­pa ad­di­rit­tu­ra la con­clu­sio­ne dell’Atto II. At­ti­la (Do­nald Su­ther­land) e Re­gi­na (Laura Betti) che fug­go­no di­spe­ra­ta­men­te nelle stra­de che co­steg­gia­no i campi di mais, in­cal­za­ti dai brac­cian­ti, uo­mi­ni ma so­prat­tut­to donne, ar­ma­ti di for­co­ni. I due fug­gi­ti­vi sono in que­sto caso il pro­to­ti­po della per­fi­dia e della cru­del­tà delle squa­drac­ce fa­sci­ste che hanno im­per­ver­sa­to in lungo e in largo per tanti lun­ghi anni al ser­vi­zio dei loro man­dan­ti. Come altri per­so­nag­gi ana­lo­ghi, essi sono ora­mai allo sban­do dopo la pro­cla­ma­zio­ne della fine della guer­ra e sono sot­to­po­sti per­tan­to alla ven­det­ta delle vit­ti­me che in pre­ce­den­za ne hanno su­bi­to la pre­po­ten­za e le an­ghe­rie.  At­ti­la è di­ven­ta­to nel tempo il mal­va­gio e fe­ro­ce servo di Gio­van­ni, uno dei più de­ter­mi­na­ti, no­no­stan­te il dis­sen­so aper­to sui me­to­di da parte del fi­glio Al­fre­do, a di­fen­de­re gli in­te­res­si suoi e degli altri la­ti­fon­di­sti dalla cre­scen­te pro­te­sta dei brac­cian­ti, stan­chi di es­se­re sfrut­ta­ti e trat­ta­ti non molto di­ver­sa­men­te dagli ani­ma­li che ac­cu­di­sco­no nelle stal­le. La ce­le­bre scena del gatto che di­ven­ta per At­ti­la una pa­ra­bo­la esem­pla­re del trat­ta­men­to da ri­ser­va­re ai co­mu­ni­sti, è un’an­go­scian­te sin­te­si esem­pla­re di come si do­vran­no com­por­ta­re lui ed i suoi se­gua­ci nei con­fron­ti dei loro ne­mi­ci. Im­pres­sio­nan­te da que­sto punto di vista l’in­ter­pre­ta­zio­ne di Do­nald Su­ther­land, una ma­sche­ra idea­le, anche so­ma­ti­ca­men­te, per quel per­so­nag­gio. La sua fine stra­zian­te, tra­fit­to come in un’o­sce­na rap­pre­sen­ta­zio­ne di San Se­ba­stia­no, in una vera e pro­pria ese­cu­zio­ne men­tre cerca di­spe­ra­ta­men­te di soc­cor­re­re Re­gi­na, a sua volta cir­con­da­ta ed ora­mai so­praf­fat­ta dal­l’i­ra ven­di­ca­ti­va delle brac­cian­ti, è il pre­te­sto ini­zia­le del film per tor­na­re, con un ra­pi­dis­si­mo rewind, al­l’i­ni­zio del se­co­lo e quin­di ri­per­cor­re­re gli even­ti sino al­l’av­ven­to del fa­sci­smo ed alla sua ro­vi­no­sa ca­du­ta.  No­no­stan­te la cru­del­tà e la na­tu­ra degli even­ti nar­ra­ti No­ve­cen­to – Atto I è un film per­va­so anche da un evi­den­te ero­ti­smo, molto espli­ci­to e che al tempo della sua usci­ta aveva su­sci­ta­to enor­me scan­da­lo. La scena del rap­por­to ses­sua­le fra Ro­bert De Niro e Do­mi­ni­que Sanda nel fie­ni­le è mo­stra­ta senza al­cu­na al­lu­sio­ne, con i corpi nudi ri­pre­si in primo piano come ra­ra­men­te si ri­cor­da nel ci­ne­ma tra­di­zio­na­le di quel pe­rio­do. Anche la se­quen­za che vede pro­ta­go­ni­sti De Niro e De­par­dieu in città, nella casa della la­van­da­ia Neve (Ste­fa­nia Ca­si­ni), pa­ga­ta per una pre­sta­zio­ne ses­sua­le che in pra­ti­ca poi non viene con­su­ma­ta, mo­stra i due at­to­ri nudi as­sie­me sul letto men­tre si fanno ma­stur­ba­re dalla donna. La stes­sa fine di Burt Lan­ca­ster den­tro la stal­la nasce dalla con­sa­pe­vo­lez­za della per­di­ta della po­ten­za ses­sua­le che un uomo or­go­glio­so e tutto d’un pezzo come lui non può più sop­por­ta­re al con­fron­to della esu­be­ran­te ma­ni­fe­sta­zio­ne di al­le­gra ed esplo­si­va gio­ven­tù di al­cu­ni suoi servi, come lui stes­so li de­fi­ni­sce. Il ri­cor­so al­l’a­cer­ba ma spi­glia­ta ra­gaz­zi­na per un estre­mo ten­ta­ti­vo di le­ni­re que­sta umi­lia­zio­ne non ap­pa­re per nulla, come sa­reb­be fa­ci­le pen­sa­re, un atto di pe­do­fi­lia, quan­to piut­to­sto la resa di un uomo il quale, pur aven­do pieno po­te­re sui suoi brac­cian­ti, non può co­mun­que esi­mer­si dal ri­spet­ta­re l’i­ne­lut­ta­bi­le ciclo della vita, in­dif­fe­ren­te anche ad ogni dif­fe­ren­za di clas­se.  Non è un film obiet­ti­vo No­ve­cen­to – Atto I (in fondo chi può dire di es­ser­lo ve­ra­men­te?), ma è una gran­de opera: co­ra­le, densa di epi­so­di che sono ri­ma­sti in­de­le­bi­li nella me­mo­ria, mai ba­na­le, con un lin­guag­gio ci­ne­ma­to­gra­fi­co aspro ed im­me­dia­to, ma allo stes­so tempo ele­gan­te, raf­fi­na­to ed a suo modo ro­man­ti­ca­men­te poe­ti­co. Quel­lo in­som­ma che si è so­li­ti de­fi­ni­re un fil­mo­ne.  In que­sto primo Atto del film la guer­ra mon­dia­le del 1915-18 è raf­fi­gu­ra­ta so­stan­zial­men­te da Olmo che torna a casa con la sua di­vi­sa. Sua madre e gli altri brac­cian­ti lo ac­col­go­no con sol­lie­vo ed or­go­glio, men­tre il suo pa­dro­ne Gio­van­ni lo de­ni­gra ac­cu­san­do­lo di aver perso sol­tan­to tempo inu­til­men­te. Anche Al­fre­do, che è stato co­stret­to dal padre ad im­bo­scar­si per sal­va­re la pelle, lo ac­co­glie scher­zo­sa­men­te ma anche con ri­spet­to, in­dos­san­do una im­ma­co­la­ta di­vi­sa mi­li­ta­re come fosse una festa in co­stu­me, men­tre At­ti­la nel frat­tem­po ha preso le mi­su­re per il pros­si­mo ruolo di ca­po­rio­ne con la ca­mi­cia nera. Nella se­con­da parte di No­ve­cen­to il ruolo del fa­sci­smo e degli even­ti che ne con­se­gui­ro­no, cul­mi­na­ti nella se­con­da guer­ra mon­dia­le, fi­ni­ran­no però per pre­va­le­re sul par­ti­co­la­re delle fa­mi­glie Ber­lin­ghie­ri, Dalcò e tutti i per­so­nag­gi che ab­bia­mo co­no­sciu­to sin qui.  Una cu­rio­si­tà in­fi­ne: nella scena che vede i ra­gaz­zi tra­spor­ta­ti in treno alla ma­ni­fe­sta­zio­ne in se­gui­to alla pro­cla­ma­zio­ne dello scio­pe­ro ge­ne­ra­le dei brac­cian­ti (gi­ra­ta alle Cin­que Terre nelle gal­le­rie che hanno la par­ti­co­la­ri­tà di pre­sen­ta­re in ve­lo­ce al­ter­nan­za squar­ci im­prov­vi­si di mare e luce, come fos­se­ro ge­ne­ra­ti da un flash), si può forse co­glie­re il sim­bo­li­smo del buio os­ses­sio­nan­te di quel pe­rio­do del no­ve­cen­to ri­spet­to ai pochi, in­ten­si at­ti­mi di luce che pre­ce­do­no l’u­sci­ta dal tun­nel. (Maurizio Pessione - Storia dei Film)